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Eliud Kipchoge

Kipchoge, tra sport e sperimentazione il primo uomo sotto il muro delle due ore

Più agevole dire il prezzo, 277 euro, che il nome: Nike ZoomX Vaporfly Next%: la scarpa della soletta in carbonio che garantisce propulsione, della schiuma che offre un ritorno di energia, leggerissima, impermeabile. Un vantaggio che, per una maratona, qualcuno ha calcolato in 90 secondi, qualcun altro si è spinto anche più in là. Gli stivali delle 26 miglia.

Mentre le altre grandi major della calzatura stanno per lanciare sul mercato gli sviluppi della loro ricerca, nessun dubbio che la NZVN sia stata la protagonista della Rivoluzione d’Ottobre, una faccenda molto kenyana, un doppio lavoro veloce sulla distanza più lunga, un giorno di scoperta (un 12 ottobre viennese, per Eliud Kipchoge, il primo ad aver varcato, per 20”, i cancelli delle 2 ore) e, poco più di 24 ore dopo, una corsa nella Città del Vento che tanto ventosa non è stata: buon per Brigid Kosgei, riuscita in un’impresa non comune, strappare un record sotto gli occhi della detronizzanda Paula Radcliffe che proprio a Chicago, nel 2002, aveva offerto la sua prima cavalcata, disordinata e formidabile: 2h17’42”.

Diciassette anni dopo, Brigid ha corso in quasi 4’ di meno, e 1’21” meglio della Radcliffe londinese annata 2003, quando qualcuno aveva scomodato Zatopek – non solo per le smorfie – o Bikila. Ora, dopo questo 2h14’04”, bisogna effettuare un viaggio molto più vicino nel tempo, quando il coreano Hwang diventò campione olimpico a Barcellona ‘92 in 2h13’23”. D’accordo, faceva caldo e c’era la salita finale spezzacuore verso Montjuich, ma i numeri sono questi e la curva dei tempi delle donne tende ad avvicinarsi: non è il caso di aver fatto studi di fisiologia per capirne i motivi.

Molti puristi hanno liquidato l’impresa di Kipchoge come un’esibizione: pattuglie di sette lepri che si alternavano nel dettare il ritmo e nel tenerlo al coperto, una proiezione ideale tracciata da un raggio verde, disegnato sull’asfalto dell’Hauptallee, nei pressi del Prater, rifornimenti in corsa, senza deviazioni, hanno permesso al primatista del mondo – 2h01’39” poco più di un anno fa a Berlino – di scrivere un trattato sul ritmo con qualche escursione verso l’alto a 2’52” e 2’54”, qualche altra verso il basso a 2’48”, un “tono” generale a 2’50”. Qualcuno si è divertito a osservare che Eliud ha corso 420 volte i 100 in 17”. Scarpe magiche, condizioni climatiche perfette (attorno ai 10° alla partenza, un paio di gradi in più all’arrivo), perfetta preparazione sui percorsi di casa, tra i 2000 e i 3000 metri di altitudine, con sedute settimanali sino a 230 km, attenzione estrema nel cibo, aspetto quest’ultimo trascurabile per Eliud che tende all’ascetismo. Un’esibizione, d’accordo, e un record che non sarà mai omologato, ma pur sempre ottenuto da un uomo con due gambe, due polmoni, un’attitudine formidabile. Quando chiesero a Robert de Castella, nell’81 primatista mondiale con 2h08’18”, se era possibile correre una maratona in meno di due ore, il simpatico australiano rispose: “Nella vita si può fare tutto, poi si muore anche”. Eliud è vivissimo.

 

Ha 35 anni e sul palcoscenico è salito molto tempo fa, in una sera parigina del 2003 quando con quel crescendo armonico piegò Hicham el Guerrouj e Kenensa Bekele diventando campione mondiale dei 5000. Nessuno lo conosceva, così come incerta era la data di nascita che, in seguito, venne stabilizzata sul 5 novembre 1984, nel distretto generoso delle Nandi Hills, in pieno altopiano affacciato sulla Rift Valley, la cicatrice che gli astronauti possono ammirare dallo spazio, un’incisione che parte dalla regione dei Grandi Laghi e prosegue sino al Corno d’Africa. Calarcisi, per passare da una parte all’altra, significa trovarsi in una foresta fitta, di un verde tenue: gli alberi degli elefanti, li chiamano. Di elefanti sono rimasti solo quelli di Amboseli, di Masai Mara e degli altri parchi, piccoli e grandi.

Se la calligrafia assoluta può esser ricercata in Steve Cram o in el Guerrouj, così come la ricerchiamo in una statua di Canova, per Eliud, nella Bibbia figlio di Eleazar, è necessario estendere il concetto, inoltrarsi in una sequenza di canoni per giungere a una definizione più alta, vicina all’assoluto. Kipchoge è oggi il depositario di un’arte, l’arte della corsa, che è confluenza di mille rivoli come il Nilo più segreto, quello che nasce da polle nel buio dell’Africa più nera, l’Ituri. Diventato maratoneta, ha vinto dieci delle undici avventure sui 42 km. Unica sconfitta, dietro a Wilson Kipsang da record del mondo.

Eliud pensa, legge, corre, organizza se stesso all’interno di un condizionamento che prosciuga le membra (senza drammatiche scarnificazioni, una statua di Giacometti), che arricchisce il serbatoio dell’energia, che non trascura l’appoggio del piede e la spinta che ne deriva. Serve una disciplina, un ordine, un pensiero razionale. Kipchoge ha conquistato questi strumenti, li ha affinati. Non è un artista che vive di impeti, di tempeste, è un Palladio di se stesso, un architetto che il passare degli anni e l’accumularsi del denaro non ha cambiato nei riti quotidiani, nella semplicità dei quartieri d’allenamento.

E’ un patrimonio di saggezza che sa trasformarsi in un’infinita sequenza di gesti perfetti e che lo offre come depositario di cultura storica: il richiamo al record di Roger Bannister non può non essere apprezzato. Bolt, nel 2009, a Berlino, confessò candidamente che non sapeva bene chi fosse quell’Owens su cui continuavano a fargli domande. Persino un certo gusto della battuta esce allo scoperto (“Quando hai sentito che poteva arrivare la crisi?” gli hanno domandato. “Mai”, ha risposto con un sorriso compiaciuto e un poco astuto), accanto a una sincerità che lo ha portato a narrare la sua notte prima di dirigersi verso il viale alberato da percorrere su e giù. “Sveglio alle 3, disteso sino alle 5. Un bicchiere di latte. Poi le tre più tormentate della mia vita”. Il primo passo è stato una liberazione, una trasfigurazione. Qualche secondo prima delle 10,15 era un uomo molto felice e molto più ricco: pare che Jim Ratcliffe gli abbia allungato un milione e mezzo di dollari nel quadro di un’operazione che ne è costata 20 e che si è rivelata un ottimo investimento per l’Ineos, colosso chimico spesso al centro di proteste degli ambientalisti, e per la Nike che aveva appena chiuso il Nop, il centro di allenamento di Alberto Salazar e che a Vienna ha fatto confluire più lepri di quante se ne potevano cacciare a Godollo, vicino Budapest, uno dei luoghi di soggiorno venatorio più amati da Francesco Giuseppe.

Per il futuro si vedrà. Dicono che Eliud abbia firmato per Londra (in cerca della quinta vittoria) che cade perfettamente per chi, tre mesi dopo a Sapporo, e non nella fornace di Tokyo, darà l’assalto al secondo oro olimpico in una sfida tra veterani: Kipchoge, Kenenisa Bekele, Mo Farah, 114 anni in tre. Sei scarpe volanti, tre cervelli pulsanti.

Giorgio Cimbrico è una delle penne storiche dell’atletica italiana e internazionale. Ha lavorato per la FIDAL negli Anni ‘80 e dal 1987 al 2010 ha seguito per Il Secolo XIX cinque Olimpiadi e numerosi Mondiali di calcio, rugby e atletica leggera. Oggi continua a collaborare con numerose testate - Il Secolo XIX, AllRugby - e con il sito FIDAL. Ha pubblicato libri dedicati all’atletica (La Regina e i suoi amanti), al rugby (Gli Implaccabili) ed ai grandi campioni dello sport (Coccodrilli).

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