Alessandro Pediconi, Responsabile della Comunicazione della Germani Brescia è una mia vecchia conoscenza. Romano trapiantato al nord, è ormai da 5 stagioni in casa Leonessa per gestire tutto quello che ascoltiamo, leggiamo e guardiamo sui social della squadra lombarda, passata nella massima serie solo nel giugno del 2016 al termine di gara 5 contro la Fortitudo Bologna. Lo spunto dell’intervista nasce dal “The European Basket League” Report appena pubblicato, ma in realtà quello che voglio far raccontare ad Alessandro Pediconi è lo spaccato della vita di un club di Serie A della pallacanestro italiana. Oltre all’intervista, trovate anche un podcast che approfondisce i temi dell’articolo. Viviamo una stagione molto particolare, asettica per certi versi ma anche attraversata continuamente da emozioni contrastanti.

Alessandro, tu sei arrivato a Brescia dopo il passaggio nella massima serie e hai osservato e accompagnato il cammino della Leonessa anche e soprattutto attraverso i social. Che tendenza c’è rispetto all’anno scorso? Cosa ci dicono i numeri dell’ultimo report basket di IQUII?

Voglio soffermarmi sul fatto che l’analisi del report è l’ennesima dimostrazione di come le performance sui social siano influenzate dai risultati in campo. Il periodo temporale analizzato coincide con quello durante il quale abbiamo giocato 8 partite e ne abbiamo perse 7.

Bisognerebbe trovare la soluzione comunicativa per sganciarsi dai risultati dal campo ma, soprattutto nel contesto globale nel quale stiamo vivendo, è pressoché impossibile. La stagione è completamente alterata: non ci sono più le dinamiche alle quali eravamo abituati prima. Si gioca a porte chiuse e i fan sono concentrati sul risultato.

Sono due le considerazioni da fare. La prima è che qualsiasi cosa tu voglia raccontare ai fan, che possono essere contenuti extra campo, come presentare i giocatori dal punto di vista personale, se tu non vinci perde di significato. Tutto il lavoro viene spazzato via o fortemente condizionato. La seconda è che quest’anno abbiamo sviluppato un progetto di comunicazione diverso dallo scorso anno, prima di tutto perchè abbiamo avuto una risorsa in più che ti permette di fare più cose, poi perché abbiamo visto le tendenze e alcune cose che avevamo programmato e presentato le abbiamo fatte salve e altre le abbiamo modificate. Il problema è che tutto quello che tu fai per interagire con i tifosi, viene condizionato dal risultato.

Un esempio è l’MVP della partita. A volte può sembrare una forzatura ma non secondo la mia opinione: l’MVP non va fatto solo quando si vince perché, anche quando si perde ha senso mettere in evidenza chi si sia comportato meglio di altri e abbia fatto di tutto per provare a far vincere la squadra. Abbiamo avuto talmente tanti commenti negativi sotto il post dell’MVP, con il susseguirsi delle sconfitte, che abbiamo dovuto rinunciare e interrompere perchè va bene l’ironia ma gli insulti pubblici, come società, non siamo riusciti a tollerarli.

Quindi la reazione dei fan ha condizionato l’attività sui social tanto da indurvi a sospenderla?

Sì. L’abbiamo sospesa cercando di immaginare altre forme di interazione che potessero essere molto più soft. Anche perché questi contenuti, oltre a essere interessanti perché creano un dialogo tra la società e i fan, sono anche contenuti brandizzati cioè vuol dire che ci sono degli sponsor che vengono associati a quel tipo di contenuto e mi spiace penalizzare uno sponsor legato a un contenuto che riceve insulti. Così ci siamo concentrati su altro, e abbiamo proposto allo sponsor in questione di sostituire l’MVP con “Le tre migliori azioni della partita” perché si può perdere, ma si possono salvare le tre azioni più belle. Così come c’è sempre la gallery della gara, anche quando si perde, perché il nostro è un percorso costellato da una serie di cose imprescindibili: gli highlights della partita, la gallery, l’MVP, il prepartita con le ultime news. Quest’ultimo video contenuto, distribuito sui social, è molto efficace perchè non tutti leggono ciò che postiamo sul sito e con un video riusciamo a raccontare le ultime notizie a ridosso della gara. Anche questo, ovviamente, è un contenuto sponsorizzato e va costruito e programmato anche se si perde.

Secondo te com’è cambiato il racconto sportivo a bordo campo?

La stampa ha meno accesso ai luoghi del Palazzo rispetto a prima: non si possono seguire gli allenamenti, non si possono avvicinare i giocatori, non si possono fare le conferenze stampa post-partita, (almeno nel campionato italiano). Da questo ne consegue che le interazioni con gli spunti e le persone sulle quali scrivere e raccontare sono decisamente inferiori. Queste sono tutte conseguenze dell’impatto del Covid sullo sport e sui protocolli. La stampa sta andando per conto suo: avendo meno occasioni di confronto, il giudizio è frutto del proprio lavoro e non tutti riescono a considerare le difficoltà di questa stagione dal punto di vista organizzativo e dal punto di vista ambientale.

Cosa vuol dire giocare a pallacanestro oggi, con un doppio impegno come quello portato avanti dalla Germani Brescia e con il Covid che incombe come minaccia in campo e fuori dal campo?

Oggi il gioco è diventato completamente asettico: un unico e infinito scrimmage a porte chiuse, come quelli che eravamo soliti fare nelle scorse stagioni, a metà settimana per allenamento. Tutto è diventato condizionato. I viaggi sono condizionati, il modo di avvicinarsi, di approcciarsi, gli allarmi che ci sono stati. Noi oggi seguiamo due protocolli che si incrociano: quello della Serie A, stipulato dalla FIP e il protocollo di Euroleague per la partecipazione all’EuroCup. Noi siamo arrivati a fare una media di tre tamponi a settimana che resta solo una scocciatura fino a quando non esce fuori qualche allarme. E questo non coinvolge solo gli atleti ma tutti i 28 del gruppo squadra individuato: giocatori, allenatori, fisioterapisti, dirigenti, ufficio stampa, fotografo. Se c’è un allarme bisogna fare un tampone rapido per poter giocare e scongiurare il fatto che possa svilupparsi un focolaio. Immagina noi, dopo aver giocato a Milano con l’Olimpia ci siamo spostati in pullman in Germania con 5 ore e mezza di viaggio e il giorno dopo ci arriva la notizia che la squadra contro la quale avevamo giocato il giorno prima aveva un focolaio con 7 giocatori positivi (poi allarme rientrato perchè falsi positivi). Come fai a restare tranquillo, sereno e a fare il tuo lavoro? Quel giorno avevamo un allenamento programmato e abbiamo dovuto fare un allenamento di atletica e non di contatto e quindi il nostro programma è stato disatteso e fortemente condizionato dall’emergenza. Fatti i tamponi rapidi e avuto il risultato negativo siamo andati a giocare ma con addosso il dubbio che potessimo aver contratto il virus e manifestare i sintomi nei giorni successivi.

Quanto, secondo te, all’esterno si tiene in considerazione della reale difficoltà di fare sport, dei DPCM della Regione Rossa, delle privazioni e limitazioni psicologiche, dell’approccio con tutte le dinamiche cambiate.

Diventa oggettivamente difficile giocare e non sono sicuro che tifosi e stampa e in parte anche gli addetti ai lavori si rendano realmente conto di quanto sia particolare questo momento, quanto sia fuori dai canoni normali e non so se il loro giudizio nel momento in cui scrivono della squadra, sui social, sui quotidiani e sui siti di informazione sportiva, tenga in considerazione le difficoltà e la particolarità del momento. È vero che questo è uguale per tutti, ma non tutti reagiamo allo stesso modo di fronte a difficoltà simili. Noi siamo stati due volte in due settimane a giocare in un paese che era chiuso, limitato agli accessi dall’esterno: l’Italia aveva, per decreto, escluso il Montenegro dalle destinazioni in entrata e in uscita. Noi siamo stati lì, con un permesso straordinario ottenuto attraverso il CONI che ha concesso ai gruppi squadra professionisti di poter viaggiare anche nei paesi chiusi e non fare i 14 giorni di quarantena a fronte di numerosissimi tamponi. Quello che ci ha lasciato sbalorditi è stato il fatto che in Montenegro nessuno indossava la mascherina: per strada, in albergo, al palazzetto. Anche questo naturalmente influisce sullo stress di tutti e pesa soprattutto perchè sono impegni che devi portare avanti comunque, fino in fondo. Bisognerebbe tenerne un po’ più conto anche perché la società sta facendo uno sforzo enorme per salvaguardare la salute del gruppo e sostenere la partecipazione a tutte e due le competizioni.

Alessandro, il giorno dell’intervista, era appena tornato dal suo 24° tampone dall’inizio della stagione. Mi interrogo sulla situazione della pallacanestro oggi, su quanto anche le metriche e i valori dei nostri report stiano cambiando di significato e che presto dovremmo andare a cercare dove si nasconde l’entusiasmo del fan che una volta era seduto sugli spalti la domenica pomeriggio, come ogni maledetta domenica.

Redazione Sport Thinking
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